Quel fidanzamento tra i piccoli del nord e il private equity

Due incontri pubblici tra imprenditori nordestini e uomini del private equity nel giro di 60 giorni. Organizzati da Assindustria Venetocentro, una sorta di sancta santorum delle Pmi italiane.
Dopo decenni di incomprensioni, liti e successiva (lunga) estraneità siamo alla frequentazione assidua e, soprattutto, alla stipula di decine e decine di contratti e operazioni. Secondo i dati diffusi da Aifi, l’associazione italiana del private equity, nel primo semestre erano state perfezionate 253 operazioni di cui il 72% con aziende sotto i 50 milioni di fatturato. L’investimento complessivo è stato di 4,5 miliardi (+142% rispetto al primo semestre 2020 e +81% a confronto con lo stesso periodo del 2019). In attesa dei dati a consuntivo dell’intero 2021 possiamo già dire che a novembre si era arrivati a 343 deal, cifra mai raggiunta in 20 anni. Il 70% delle operazioni ha avuto come teatro le regioni del Nord e del resto non poteva essere altrimenti. E allora ripartiamo da Treviso per cercare di capire cosa sia cambiato tutto sommato così rapidamente. Da queste parti la contrapposizione con «i milanesi» (ovvero gli uomini del private equity) era stata più vivace e le accuse di essere dei professionisti del mordi-e-fuggi più accese.

Nel dare la sua versione dei fatti Giuseppe Milan, direttore di Assindustria Venetocentro, riavvolge il nastro: «Nel registrare le novità bisogna ricordare come le nostre terre facessero parte di una sorta di ecosistema bancocentrico, le imprese avevano un rapporto diretto con le banche popolari e quindi alla fine non si interessavano di finanza. Pensavano di non averne motivo». È con la Grande Crisi del 2008 che quell’equilibrio si incrina, le popolari vanno sott’acqua e le associazioni cominciano a riunire le Pmi per una sorta di pedagogia della trasparenza dei bilanci e degli indicatori finanziari. Al punto che negli anni successivi, che vanno dal 2013 al 2019, molti Piccoli senza tanti squilli di tromba si sono comunque managerializzati e hanno verticalizzato le loro strutture piatte. «Oggi siamo davanti a un ulteriore step di questa evoluzione, ci siamo lasciati alle spalle certe immagini stereotipate del private equity e, vuoi per crescere vuoi per affrontare i problemi della successione padri-figli, si è aperto un dialogo con i fondi, ma anche con i family office». A rendere possibili queste prove di fidanzamento, secondo Milan, c’è stato un cambiamento non solo da una parte, quella del territorio. «È aumentata l’offerta dei fondi, ma anche il loro approccio e i costi non sono più esorbitanti come prima. L’atmosfera nuova che si respira oggi si è creata così».

Conferma Paolo Masotti, partner della società di consulenza Adacta Advisory basata a Vicenza: «È vero i fondi hanno affinato il loro modello di intervento per adattarlo al contesto nordestino e così da una nostra ricerca sull’agro-alimentare viene fuori che su 50 acquisizioni la metà vedono protagonista il private equity, che entra per creare campioni di filiera e per favorire almeno un raddoppio del fatturato». Masotti cita casi di acclarato successo come Botter e Morato e sostiene, per l’appunto, che i fondi hanno maturato una cultura industriale di territorio che prima non avevano. «Operazioni di questo tipo poi servono anche per far restare italiane aziende che magari verrebbero comprate da fuori e comunque giudico la qualità dei progetti finanziari dagli obiettivi di crescita che si pongono in tappe brevi e se, pur nel giro di qualche anno, si prefiggono o meno di andare in Borsa».

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